Willem Dafoe: intervista all’eclettico attore
Giovedì 25 gennaio arriverà nei cinema Povere Creature! (Poor Things), nuovo film diretto da Yorgos Lanthimos, adattamento dell’omonimo romanzo scritto da Alasdair Gray nel 1992. In attesa di poter vedere il film (vincitore dell’80ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia e del Golden Globe per il miglior film commedia o musicale) con protagonisti Emma Stone, Mark Ruffalo, Ramy Youssef, Jerrod Carmichael e Willem Dafoe, abbiamo incontrato proprio quest’ultimo. L’attore che veste i panni del dott. Godwin Baxter ha incontrato la stampa romana.
Sembra che lei abbia un destino con gli dei e con i mostri, dal Gesù tormentato de L’ultima tentazione di Cristo a questo dio sfigurato come il mostro di Frankenstein. Vede delle similitudini tra questi due personaggi?
Willem Dafoe: Niente affatto. Sono entrambi estremamente condizionati dalle circostanze in cui si trovano perché stiamo parlando di Dio e di Godwin, sono entrambi personaggi simpatici. Almeno io livedo come simpatici.
Lei ha collaborato con grandi registi, che hanno versioni uniche. Yorgos Lanthimos è uno di loro?
Willem Dafoe: I registi per me sono estremamente importanti, per un attore come me è importante concedersi nelle mani di una persona che abbia una visione versione. Mi piace l’idea di una persona che ha un visione e che te la spiega e tu cerchi di farla tua, mi piace questa relazione tra attore e regista. Non deve essere qualcosa che capisco immediatamente, deve essere qualcosa che mi viene presentato come un qualcosa verso cui mi muovo e a cui cerco di dare vita.
Lei è nato e cresciuto in una famiglia di medici, questo le è risultato utile per il ruolo del dott. Godwin Baxter?
Willem Dafoe: Forse così importante non lo è stato ma sono cresciuto in continuo contatto con gli strumenti chirurgici. Da ragazzo spesso accompagnavo mio padre quando faceva il giro di visite, sono cresciuto in mezzo ai laboratori, alla medicina, alla malattia, ai tentativi di curarsi. Il fatto che in Povere Creature! interpreto un medico ha creato un particolare legame con il film. Se ci si pensa per la maggioranza delle persone l’idea di andare in ospedale, invece per me è una specie di ritorno in famiglia.
Il suo è personaggio gioca con la vita e la morte, è un personaggio mostruoso?
Willem Dafoe: Ovviamente il film è ampiamente ispirato al romanzo di Frankenstein ma c’è una grande differenza, perché nel romanzo il dottore prova repulsione per ciò che ha creato, nel mio caso il mio personaggio quasi si innamora della sua creatura. Le ha dato una seconda possibilità, dandola così anche a sé stesso. Il mio personaggio crede profondamente nella scienza. È vero quello che fa è non ortodosso e non etico ma lui la vede come un qualcosa di generoso, positivo, entusiasmante.

Nel film si evince come gli uomini siano ormai alla frutta, secondo lei è così? Qual è la salvezza per gli uomini?
Willem Dafoe: Wow! Non sono proprio sicuro di avere una risposta per la salvezza degli uomini. Quello che posso dire è che con tanto umorismo nel film vengono presentati uomini che sono molto oppressivi. Sono sicuro che nel vedere il film molto uomini si riconosceranno nei personaggi, per certo quello che viene mostrato è la capacità di resistenza da un punto di vista sessuale delle donne, che è maggiore di quella degli uomini. Questo probabilmente è uno dei motivi per cui gli uomini hanno fatto di tutto per tenere le donne sottomesse. D’altra parte siamo in un’epoca di grandi cambiamenti., è vero che il pendolo oscilla continuamente ma siamo in un momento in cui c’è veramente un turbinio, un cambio di posizione del rapporto con gli uomini. Non saprei assolutamente cosa possa salvare gli uomini, io già faccio una gran fatica a salvare me stesso. Voglio aggiungere che il film esprime quella che è una liberazione personale attiva e che viviamo attraverso gli occhi di una donna.
Questo film è attraversato da un umanesimo profondo e dal coraggio della narrazione. Due aspetti che trova ancora spesso? Con l’avvento delle piattaforme ci sono più narrazioni convenzionali?
Willem Dafoe: Non lo so. Non sono una’utorità in materia, è vero che lavoro in questo campo da tanto tempo ma ho analizzato la questione solo dal mio punto di vista e peraltro quest’anno sono usciti tanti buoni film, alcuni prodotti da piattaforme streaming. Io sono un sostenitore del vedere i film al cinema ma non per la dimensione dello schermo, piuttosto per il fatto che l’impegno che una persona assume nel momento in cui decide di uscire , di andare in un luogo neutrale e condividere la visione con dei perfetti sconosciuti è qualcosa che trovo ancora molto importante.
Ha appena ricevuto la stella sulla Walk of Fame, cosa significa per lei?
Willem Dafoe: È una stata una bellissima cerimonia, sono accorsi molti amici e colleghi. Pedro Pascal e Patricia Arquette hanno tenuto dei discorsi bellissimi. Mi sono sentito parte di una comunità, una sensazione che non provi sempre, soprattutto quando come attore sei abituato a prendere parti a produzioni di ogni tipo e non hai una comunità specifica cui appartieni. In questo caso invece è stato. Il fatto di avere una stella sulla Walk of Fame è qualcosa che viene universalmente riconosciuto come una gratifica. Devo dirvi che è anche difficile accettare l’idea che quella mattonella mi sopravvivrà.
Quanto ha penato con il trucco?
Willem Dafoe: L’ho già fatto in passato e probabilmente lo rifarò in futuro. È un fantastico strumento perché la possibilità che hai lavorare con una maschera sul viso ti consente di guardarti nello specchio e vedere te stesso che svanisce ed emerge qualcun altro. È uno strumento meraviglioso perché ti offre lo spazio dove puoi provare e sentire altri tipi di sentimenti, altri modi di essere, è veramente il cuore del fare finta di essere altro. È comodo? Niente affatto. Na vale la pena? Assolutamente si.

C’è ancora una sfida, un progetto che vorrebbe affrontare?
Willem Dafoe: Ci sono sempre progetti, che riguardano luoghi, persone, proposte. Quando mi chiedono se c’è un ruolo che vorrei interpretare io ho una serie di desideri che in un certo senso si completano e svaniscono perché fondamentalmente quello che mi piace è quando mi trovo a che fare con delle persone e dallo stare insieme emerge quel qualcosa che stai cercando. Proprio il processo di creazione del personaggio, che è di gran lunga migliore del dire qual è la mia preferenza, è il bello del mio mestiere. Da una parte sei sempre te stesso, però allo stesso tempo ti metti un po’ da parte e riesci a interpretare la vita di qualcun altro. Ci sono delle sfide? Non lo so.
Come è stato lavorare con Emma Stone e Yorgos Lanthimos?
Willem Dafoe: Lanthimos è un regista che la capacità di creare un mondo. Ha creato questo fantastico mondo nel quale siamo entrati. Il testo è molto forte. Lui ti prepara questo mondo e tu entri, non ti dà indicazioni di regia ma ti osserva, guarda quello che fai e poi apporta i necessari aggiustamenti. Per quanto riguarda Emma lei è fantastica. Tutto il film è incentrato intorno a lei e con Lanthimos hanno un rapporto di grande vicinanza, ormai lei per lui è praticamente una musa. È stato bello vedere questo rapporto ed essere con lei sul set. Noi eravamo sul set per darle apporto ed è stato bellissimo lavorare con lei perché non ha assolutamente un atteggiamento da diva, ha grande talento. È stato un set felice. Lanthimos invece è una persona molto riservata, parla molto poco. Ti dirige pizzicandoti, prendendoti in giro, ti spinge in questo modo a recitare.
Per anni ha inseguito l’idea di fare il remake di Onibaba, è un progetto definitivamente morto? C’è qualche altro remake che ti piacerebbe fare?
Willem Dafoe: Probabilmente è un progetto morto, perché quando avrei voluto farlo se conosce il film avrei interpretato il personaggio che ritorna. Volendo potrei ancora farlo, ne sarei felici ma probabilmente sarebbe meglio interpretassi la vecchia del film. È un bellissimo film horror giapponese, molto poetico che ancora oggi regge il confronto con i tempi. Però pensandoci interpretare la vecchia non sarebbe una cattiva idea, ecco quale potrebbe essere la sfida!
Fotografie a cura di Andrea D’Isanto.
