Suzume: oltre la soglia dei ricordi e del dolore
Era il 2004 quando Makoto Shinkai esordiva con Oltre le nuvole, il luogo promessoci. Il regista si sarebbe poi fatto apprezzare a livello internazionale con 5 cm al secondo (2007), per poi raggiungere la fama con i film campioni di incassi Your Name. (2016) prima e Weathering with You (2019) poi. Ora a distanza di tre anni il cineasta nipponico torna con Suzume (Suzume no tojimari, che può essere tradotto come “Le porte chiuse di Suzume” o “Suzume che chiude le porte“), che arriva nei cinema italiani forte degli straordinari risultati ai botteghini asiatici.
La storia vede protagonista la diciassettenne Suzume. La studentessa vive in un paesino nella Prefettura di Miyazaki, nel sud del Giappone, e la sua vita cambia quando incontra per caso Sōta. Il ragazzo è in cerca di una porta abbandonata e Suzume gli segnala quella di un villaggio termale abbondato non distante. Incuriosita dal misterioso ragazzo, la studentessa si recherà nel paesino abbandonato e troverà una misteriosa porta che sembra condurre in un altro mondo.
Da questa improvvisamente esce un mostro, un verme, che se raggiunge il suolo provoca terremoti. Sōta rivela a Suzume di essere un chiudi porta e che il suo compito è girare il Giappone in cerca di questi passaggi e chiuderli prima che il verme riesca a toccare il suolo. Inizierà per i due un lungo e faticoso viaggio per il Paese con l’intento di salvarlo.
On the road

Ciò che colpisce guardando Suzume come la storia prenda subito il via. L’incipit è breve ed asciutto, il tutto prende il via da un semplice incontro – uno di quelli che ti cambiano la vita – e dalla curiosità di una studentessa che non riesce a stare ferma. Ben presto il film si trasforma in un’avventura on the road che porterà i protagonisti a viaggiare per il Giappone. Un viaggio che li porterà a scoprire un segreto che in pochi sanno e che farà di Suzume una moderna Alice.
Un viaggio che porterà la ragazza non solo a conoscere sé stessa e a ricordare il suo passato, ma anche ad entrare letteralmente nella tana del bianconiglio – un verme per la precisione – per salvare il Giappone e la persona amata. Il viaggio che intraprende Suzume ha punti in comune con il viaggio dell’eroe, ma se discosta perché mancano punti fondamentali, a partire dal fatto che la protagonista intraprende il suo viaggio volontariamente.
Un viaggio che assomiglia più ad un vagabondaggio o ad una fuga da casa con tanto di ribellione adolescenziale alla figura genitoriale. Suzume decide partire non solo perché intuisce l’importanza del lavoro di chiudi porte di Sōta, ma soprattutto perché convinta che aiutandolo riuscirà a ritrovare quel qualcosa che da sempre le manca. Un peregrinaggio fatto di incontri con persone semplici e che oltre ad arricchirla la aiuteranno a proseguire il suo viaggio e portare a termine la sua missione.
Suzume, ovvero tutto il cinema di Makoto Shinkai

Film on the road quindi ma che racchiude in sé tutta la poetica di Makoto Shinkai. Anche in Suzume è presente la classica storia d’amore, in cui uno dei due è alla ricerca dell’altro per salvarlo (questa volta è la ragazza a cercare e salvare lui), ma questa quella raccontata è solo apparentemente la solita storia d’amore adolescenziale. Il rapporto tra Suzume e Sōta è si il solito amore impossibile raccontato dal regista ma è anche qualcosa di più di questo, è complicità, è voler abbracciare e superare quell’impossibile così da farlo proprio. Superare i propri limiti e le proprie paure per salvare il prossimo qui significa anche salvare sé stessi, accettando e venendo finalmente a patti con il nostro passato. L’amore qui non solo è (in parte) motore dell’azione, è soprattutto la chiave per capire sé stessi e il mondo.
Come nei suoi film precedenti non mancheranno elementi fantastici. Anche in Suzume abbiamo la presenza di un altro mondo, ma se nei film precedenti tale mondo era sempre terreno qui è spirituale. Un mondo altro connesso come non mai al mondo materiale, due facce della stessa medaglia capaci di influenzarsi. E come spesso capita negli anime è l’uomo – per la precisione la sua incapacità di connettersi con la natura – la causa dei disastri. Il verme che esce dai portali e provoca terremoti è semplicemente la manifestazione del malessere della Terra, ormai trascurata, è un grido d’aiuto della natura che in pochi riescono ormai a vedere.
Inoltre anche qui ritroviamo divinità. Questa volta sotto forma di gatti. E come ogni divinità che si rispetti sono sfuggenti, egoiste dispettose ed irritanti. Appaiono quando meno ce lo si aspetti, combinano guai e scompaiono nuovamente senza lasciare traccia. Sono al contempo motivazione, soluzione e aiutante. Ambigui ed amabili, sono una guida enigmatica il cui mistero verrà sciolto sono quando il protagonista raggiungerà una certa maturazione.
Varcare la soglia

Ogni mondo fantastico che si rispetti richiede un ingresso, qui rappresentato da porte, che se all’esterno sono ordinarie, anonime spesso, al loro interno racchiudono un intero mondo. Una dimensione (in cui la fa da padrone il cielo stellato) legata a doppio filo con il mondo ordinario non solo perché si influenzano a vicenda ma perché racchiude parte dei ricordi della protagonista.
L’altrove quindi rappresenta anche quella parte di Suzume con cui la protagonista non è ancora riuscita a venire a patti. Parte di un passato doloroso che preferisce dimenticare, relegandolo a un sogno lontano nel tempo. La porta quindi diviene così legame con il passato e oltrepassarne la soglia significa venire a patti con i suoi ricordi e il suo dolore ritrovare sé stessa. Non è caso che il regista ogni volta proponga un primo piano della serratura.
Un film Suzume dalle molteplici chiavi di lettura quindi e che ha nella buona sceneggiatura e nella regia di Makoto Shinkai i suoi maggiori punti di forza. Una storia coinvolgente e divertente, capace anche di far ridere di gusto e che ha per protagonisti non personaggi ma persone reali a tutto tondo. Suzume, Sōta e tutte le persone che i due incontreranno nel loro viaggio sono individui con i loro difetti e i loro affanni. A tutto ciò va aggiunta la sempre impeccabile animazione, dove spiccano i sempre meravigliosi paesaggi e l’attenzione al realismo. Inoltre non mancano citazioni ed omaggi allo Studio Ghibli, ai suoi film precedenti e agli anime in generale.
L’importanza del non detto

Dove Suzume pecca è nella colonna sonora. Affidata ancora una volta al gruppo giapponese Radwimps, qui non propriamente ispirati rispetto ai precedenti lavori, Your Name. su tutti. La colonna sonora è sostanzialmente la grande assente, ad eccezione di un paio di brani (su tutti Yume no kanai che i fruitori di anime riconosceranno senza dubbio essendo la sigla di chiusura di Le situazioni di lui e lei).
Nonostante ciò Suzume è un film assolutamente da vedere, capace di emozionare e di portare lo spettatore in una storia fantastica dove i sentimenti sono le colonne portanti. Un film che fa dei non detti una parte fondamentale della narrazione. Perché spesso i silenzi sono più importanti e significativi di mille parole. Una storia che mette al centro una diciassettenne tanto determinata quanto ribelle, forte e fragile, un ossimoro vivente in cui è facile riconoscersi. Suzume è il film più maturo di Makoto Shinkai, una fiaba moderna capace di riempire occhi e cuore.
