A Complete Unknown: cast e regista presentano il film a Roma
Il 23 gennaio arriverà nei cinema italiani A Complete Unknown, biopic che racconta l’inizio della carriera di Bob Dylan, dal suo arrivo a New York sino alla svolta elettrica del 1965. In attesa di poterlo vedere il regista, sceneggiatore e produttore James Mangold e i protagonisti Timothée Chalamet (Bob Dylan), Monica Barbaro (Joan Baez) ed Edward Norton (Pete Seeger) hanno incontrato la stampa a Roma. Ecco cosa ci hanno raccontato.

Un processo durato cinque anni, qual stato il momento più complesso da affrontare prima di inizia a girare e la cosa di cui sei più orgoglioso?
Timothée Chalamet: Cinque anni e mezzo di preparazione, tanto tempo. Questo per ha portato fiducia in sé stessi rispetto al materiale. La cosa di cui sono più orgoglioso è che non posso immaginare un’altra versione del film. Abbiamo dato il 150%, non c’ stato un momento in cui non siamo stati impegnati. Avevamo circa tre mesi per diventare Bob Dylan, Joan Baez e Pete Seeger, il resto della vita li abbiamo per essere noi stessi. Abbiamo tutti messi grande dedizione e concentrazione. Sono molto orgoglioso di questo.
Nel film si dice che il passato non può essere raccontato perfettamente come era, tu per hai dovuto raccontare la storia di Bob Dylan che è una storia amata da molti. Quale è stata la chiave che ti ha fatto entrare completamente nel mondo di A Complete Unknown.
James Mangold: Intanto grazie, è fantastico essere qui. Nel film Bob Dylan dice che le persone ricordano quello che vogliono, una battuta che ho scritto io, pensando al modo in cui si parla di Dylan come un cantastorie. il mio compito regista era quello di mettere in dubbio le osservazioni ovvie. Ho capito che tutti noi mentiamo, ci dimentichiamo le parti brutte. Non c’è una verità assoluta, ho parlato con Bob Dylan e abbiamo letto articoli e visto film e tutti si contraddicono. Ovviamente abbiamo seguito i fatti – quando sono stati pubblicati i dischi o l’avvenimento di alcuni momenti – ho cercato il tono della verità. Abbiamo cercato di riprodurre prima di tutto la sensazione.

Interpretare Pete Seeger significa arrivare all’essenza di Bob Dylan e del folk americano, come è stato il tuo viaggio nelle radici culturali ed americane.
Edward Norton: YouTube è stato il mio principale vettore della mia indagine. È veramente sorprendente quello che trovi su YouTube. Credo mi ci sarebbe voluto un anno di lavoro se avessimo fatto il film 20 anni fa, se avessimo dovuto trovare tutti i materiali necessari. Sul web puoi trovare Pete Seeger che suona in un bar di Berlino nel 1963, sembra una battuta ma è veramente sorprendente cosa puoi avere a disposizione con grande facilità quello che qualcuno ha fatto. Ci è stato molto utile, mi ha consentito di “ingerirlo” come voce ed elaborare il personaggio. James Mangold, che è anche un fantastico psicoterapeuta, ci ha detto di abbandonare la storia rispetto alla reputazione di Dylan. È la storia di un ragazzo che incontra una persona che ammira e che lo appoggia come le persone che si innamorano l’una dell’altra ma che sono anche in concorrenza tra di loro perché questi sono i rapporti umani. Questo dobbiamo raccontare, ci siamo liberati di tutto il resto. È fantastico avere una persona al timone che ti dice di lasciar andare.
Come è stato interpretare Joan Baez?
Monica Barbaro: È difficile non avere sempre in mente non avere l’idea di essere fedele al personaggio che interpreti, ha degli elementi riconoscibili. Joan Baez in un articolo scrisse che se cerchi di fare qualcosa in maniera troppo perfetta lo privi di quello che lo rendo interessante. Siamo stati incoraggiati a non girare una biografia. Sapere che avevamo la libertà di essere umani nelle scene ci ha permesso di essere autentici. Poi sul set avevamo James (Mangold) che non sempre era calmo, ricordo bene la sua voce roboante che dice “smettila di raccontarmi quello che è successo, non sto scrivendo una pagina di Wikipedia, sto facendo un film”.
James Mangold: Aggiungo che ovviamente volevo che gli attori sembrassero il loro personaggio ma c’è un lavoro esterno che l’attore fa assumendo l’aspetto del personaggio, poi c’è l’aspetto interiore. Il pericolo che ho percepito è che il lavoro esterno fosse così interessante che facesse svanire il lavoro interno. Era necessario trovare e mantenere l’equilibrio.
Timothée sei un attore molto amato dai ragazzi, qual è la lezione che la storia di Bob Dylan può insegnare ai ragazzi? Interpretando questo personaggio hai ritrovato qualcosa di te stesso?
Timothée Chalamet: Due belle domande. Non so se nei previ lavori di Dylan c’è una qualche lezione per i giovani di oggi, lui riuscito a trovare la sua voce. Una delle lezioni è quella dell’autocreazione, non sentirsi limitati dal pensare chi sono o chi sono stato. Per quanto riguarda la seconda domanda nel processo di realizzazione come ha detto James c’è un doppio lavoro, io ero concentrato sugli prima sugli aspetti visivi e dopo su tutto il resto. A me piace promuovere i film che faccio ma il modo in cui vedi te stesso, vedi qualsiasi cosa non è correlata al lavoro.
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Che rapporto hai con i tuoi fan? Vedendo il film chi appartiene alle generazioni precedenti viene spontaneo fare un paragone con i fenomeni musicali di oggi e si pensa come la musica di una volta era legato alla politica e al sociale, oggi no. Cosa ne pensi a proposito?
Timothée Chalamet: L’ambiente sociopolitico e culturale di cui facevano parte Dylan, Baez e Seeger era pieno di entusiasmo. Dylan ha fatto anche canzoni non politiche. Oggi la mia generazione ha sfide più ampie, come il cinismo. Oggi se fai una canzone politica la gente alza gli occhi al cielo. Magari qualcuno romper questo circolo.
James Mangold: Aggiungo che viviamo in un momento di anestesia. Una volta il pubblico chiedeva di essere sorpreso, oggi vuole essere anestetizzato. La parte insidiosa è cercare di realizzare arte per un pubblico che non vuole essere sfidato.
Timothée interpreti un giovane Bob Dylan, come hai lavorato su un giovane che per sa bene chi è e chi vuole essere.
Timothée Chalamet: Bob Dylan ha man mano tirato fuori chi voleva essere strada facendo. Mi identifico con il desiderio di Dylan di essere qualcosa di più grande non sapendo che cosa fosse ma sapendo cosa fare per arrivarci.
Blowin’ In The Wind è una canzone scritta da Dylan contro la guerra e contro le scelte politiche del Governo americano dell’epoca, il film è un modo per dire che è un brano ancora attuale?
Monica Barbaro: Ovviamente la storia si ripete, quello che le strofe di Dylan erano vaghe, possono far riferimento all’ipocrisia umana. La sensazione è che lui non solo puntava il dito ai problemi dell’epoca, sono problemi senza tempo ed è probabilmente uno dei motivi per cui la sua musica ha eco ancora oggi.

Nel mondo della discografia tutti dicevano a Bob Dylan come doveva essere, è successo anche a voi?
Monica Barbaro: È molto comune nell’industria cinematografica. Dopo aver fatto Top Gun: Maverick i successivi cinque progetti che mi hanno proposto erano di tipo militare e ora tutti mi dicono “vorresti essere in un musical”. Speri di essere capace di seguire l’immaginazione dei registi e di fare sempre qualcosa di diverso.
Neil Young ha scritto bellissime parole su A Complete Unknown, c’è un altro endorsement che ti ha particolarmente sorpreso?
Timothée Chalamet: Aspetto quello di Francesco Totti! Spero veda il film.
LE FOTO DELLA CONFERENZA STAMPA
A Complete Unknown al cinema dal 23 gennaio con Serchlight Pictures
