Danny Boyle: “28 anni dopo è un film sulla famiglia”

Danny Boyle: “28 anni dopo è un film sulla famiglia”
Il nostro voto
Il vostro voto (clicca per votare)
[Voti: 1 Media: 4]

Il 18 giugno arriverà nei cinema 28 anni dopo, terzo capitolo della saga horror iniziata nel 2002 con 28 giorni dopo e proseguita nel 2007 con 28 settimane dopo. A distanza di 23 anni dal primo iconico capitolo, il regista Danny Boyle e lo sceneggiatore Alex Garland tornano a lavorare insieme. In attesa di poter vedere il nuovo film al cinema, il regista inglese premio Oscar per The Millionaire ha presentato il film a Roma dove ha incontrato la stampa. Ecco cosa ci ha raccontato.

Che cosa l’ha spinta 23 anni dopo a girare un nuovo capitolo di un film che negli anni è diventato un vero proprio cult che va ben oltre il genere horror?

Danny Boyle: In realtà in realtà il film originale nonostante siano passati tantissimi anni ha continuato ad essere molto popolare, è continuato a essere un film molto e visto, nonostante il fatto che fosse disponibile su DVD, vengono continuamente fatte proiezioni tipo queste qui con una sessione di Q&A a seguire, è sempre stato un film che ha suscitato un interesse particolare e devo dire che con Alex Garland abbiamo più spesso, molte volte parlato della possibilità di realizzare un sequel, un’aggiunta a quello che era il film originale, abbiamo lavorato in insieme a tutta una serie di idee, però soltanto quando è venuta fuori questa idea, questa proposta che ci siamo galvanizzati, lui si è caricato di energia ed ha scritto una storia molto più ampia, molto più larga di quello che ci si potesse aspettare. Proprio perché volevamo realizzare una storia che fosse ambientata successivamente. Quello che ci interessava soprattutto inserire nella storia ovviamente erano la Brexit e Teletubbies.

Come spiega la fascinazione degli spettatori per il genere horror, per i film catastrofici, per la violenza dell’ignoto? È un modo di esorrcizzare le proprie paure, le proprie pulsioni?

Danny Boyle: Credo che il motivo per cui l’horror attiri le persone è perché sia particolarmente incomprensibile. Quando abbiamo realizzato il primo film era stato detto a chiare lettere che le donne non sarebbero mai andate a vederlo. Oggi invece la situazione è molto diversa, molto cambiata. Sono molte le donne che vanno a vedere i film horror. Quando abbiamo fatto le proiezioni di prova, di test in America, in particolare il gruppo delle donne che rimaneva a fine della proiezione faceva sentire la propria idea, la propria opinione circa quello che era il concetto dell’horror e e discutevano se era il caso di chiamarlo film horror o meno, perché è si un film horror ma è anche molte altre cose. Perché l’horror attira? Perché piace? Perché è una ragione che ti spinge, non puoi fare a meno di andare al cinema e lì puoi esorcizzare le tue paure, il tuo disgusto, la tua avversione per tutti gli orrori di gran lunga peggiori che invece sono reali e che sono presenti nel mondo che ci circonda. Anche perché poi l’horror è un genere molto flessibile che tu puoi allargare, ampliare per comprendere molte più cose.

Come spieghi il fatto che le donne oggi guardino i film horror?

Danny Boyle: Perché credo che ci stiamo liberando sempre più di quelle che sono le aspettative nei confronti delle donne, cosa dovrebbero o non dovrebbero fare. Inoltre perché sono interessate, chi più delle donne conosce bene la sofferenza, il dolore, quindi perché no?

Il giovanissimo Alfie Williams è veramente straordinario nei panni di questo ragazzino, cresciuto in una tribù post apocalittica, direbbe che la sua storia è una è una specie di romanzo di formazione o un romanzo di deformazione in un universo dove esiste solo la paura e la sopravvivenza?

Danny Boyle: La nostra idea è quella di realizzare una trilogia, anche se ciascun film poi è autonomo e indipendente. Questo questo è il primo, abbiamo già girato il secondo. Stiamo lavorando per raccogliere i fondi per la realizzazione del terzo. Anzi, quando uscite dalla sala qui fuori c’è un QR code. Se lo cliccate e donate qualche cosa, ovviamente sto scherzando, ma non sarebbe una cattiva idea. Comunque sì, devo dire che il viaggio del ragazzino fondamentalmente è il viaggio del film, perché uno si aspetta che il ragazzino segua le orme del padre, e la comunità che guarda indietro all’Inghilterra del passato, all’Inghilterra degli anni ’50. E questa è la Brexit, una comunità in cui i ruoli di genere sono ben definiti, ben separati. I maschi sono maschi, le femmine sono femmine. Ai ragazzi si insegna a cacciare, uccidere, a difendere. Le ragazze invece devono fare altro e questa è la vecchia Inghilterra. Le decisioni che il ragazzo prende nel film sono molto più informate da quello che è il progresso, dall’andare avanti, tanto è vero che lui non torna a casa, va per conto suo, per la sua strada. 20 anni fa ho fatto Millions ed ho fatto il casting di alcuni bambini e ragazzi e devo dire che la differenza fra la capacità di recitare dei bambini all’epoca rispetto alla capacità di recitare dei ragazzi e dei bambini oggi è veramente enorme, abissale. Sarà stato molto probabilmente per l’effetto di Harry Potter. Oggi i ragazzini crescono con Harry Potter, guardano e si dicono perché non lo posso fare anch’io? Perché non posso essere anch’io così? Quindi c’è un livello, una qualità di recitazione tra i ragazzi che è veramente sorprendente.

Danny Boyle ha presentato alla stampa italiana 28 anni dopo, suo nuovo film horror e terzo capitolo del franchise iniziato nel 2002.

Dagli eventi mondiali attuali sembra che la pandemia abbia veramente peggiorato l’umanità. Quanto hanno influito il post Covid, i sovranismi, la crescita dei nazionalismi nel mondo, la Brexit nella scrittura di Alex Garland di questo film?

Danny Boyle: Quando abbiamo fatto 28 giorni dopo c’è la sequenza iniziale che mostra Londra completamente deserta, una scena molto forte e che con il Covid è diventata una cosa comune a tante città. Praticamente un’impressionante rappresentazione di quello che era il pericolo e questo ha alimentato il film, ma ancor di più lo ha alimentato il modo in cui noi ci siamo adattati al Covid con il tempo, perché ovviamente la reazione non poteva essere e non poteva continuare ad essere quella iniziale di sorpresa e quasi di paralisi perché dopo 28 anni, dopo un lungo periodo così lungo, non si poteva reagire all’infezione o al virus così come si era fatto all’inizio. Per cui la reazione è stata quella di cominciare a correre qualche rischio, a cercare di uscire, i sopravvissuti cercavano di andare a caccia, quindi non morivano più soltanto di fame. Andare a caccia significava riunirsi, mettersi in gruppo, andare insieme. Ed è stato quindi cercare di correre anche il rischio e la cosa più interessante è stata che anche il virus si è adattato, anche il virus è mutato, è cambiato, si è evoluto perché anche il virus ha cercato di sopravvivere ed è quindi anche loro infetti si sono organizzati, hanno cominciato a evolversi. Sicuramente il Covid ha avuto una forte influenza sulla scrittura.

Mister Boyle, lei e Alex Garland sta state dimostrando di saper fare saghe in in maniera nuova. Potrebbe dare dei consigli che potrebbero essere utili anche per altri franchise, magari a quello con un agente segreto a servizio di Sua maestà, per esempio

Danny Boyle: Ci abbiamo provato non con Alex, ma con un altro sceneggiatore, John Hodn e ci abbiamo provato e abbiamo fallito. Magari ci riproveremo così falliremo anche meglio.

Avete dato a questo virus il nome di virus della rabbia, un nome profetico perché vediamo che la rabbia ormai è ovunque. Da autore, la preoccupa vedere che in realtà la rabbia è diventata veramente un compagno di vita quotidiana sia nel piccolo che a livello di governi? Il secondo film uscirà nel 2026 come già annunciato?

Danny Boyle: Quando abbiamo fatto il primo film, in realtà pensavamo alla rabbia, quella che ti si sviluppa quando sei al volante per strada, dove parte la furia ogni volta che sei alla guida. Poi però ci siamo resi conto che la rabbia era praticamente come l’impostazione per default della nostra quotidianità. Andiamo da 0 a 100 senza passare per nessuna stadio intermedio, senza nessuna fase che sia essa frustrazione o delusione. Si parte e si scatta dritti alla rabbia e credo che ovviamente sono molte le teorie a riguardo, ma credo che fondamentalmente la colpa di tutto ciò sia la tecnologia, questa tecnologia che ci ha dato individualmente tantissimo potere che ci fa sentire importantissimi. Poi però ci rendiamo conto di non essere la persona più importante del mondo, la cosa più importante al mondo, perché questo è quello che la vita ci dice, anche perché poi alla fine andiamo tutti a finire nello stesso posto, che tu sia ricco, famoso, bello o l’esatto contrario, vai a finire nello stesso posto come tutti quanti gli altri. Credo che questo sia quello che volevamo indicare. L’obiettivo era quello di essere un gesto che comunque fosse carico di speranza. È un gesto umile. Non so se siete stati di recente a Londra, ma di fronte praticamente al Parlamento c’è un un muro che è una specie di memorial alle persone che sono che sono morte di Covid, è di fronte al St. Thomas Hospital, e non è stato fatto né dallo Stato, né da un’organizzazione né dal governo, ma è stata la gente che è andata lì e attacca un piccolo fogliettino rosa a ricordo di queste persone. Un muro di cemento armato di quasi mezzo miglio che è coperto di questi bigliettini rosa. È anche molto bello vederlo da lontano, è un modo per ricordare, non soltanto per ricordare coloro che non ci sono più, ma anche per ricordare a noi che comunque siamo tutti collegati, tutti connessi, esattamente come il Memorial di Kelson all’interno del film.

LEGGI ANCHE: ANTHONY MACKIE: “CAPTAIN AMERICA È SINONIMO DI ONORE, DIGNITÀ E AFFIDABILITÀ”

Con il tuo cinema assistiamo spesso a un’esplosione di caos, energia e urgenza, ma oggi viviamo tanta apatia e cinismo. Come li combatti come narratore?

Danny Boyle: Io sono nemico del cinismo perché io sono un ottimista per natura, anche se faccio film che sono molto dark. La mia natura è quella di essere un ottimista e sono fortunato perché sono una persona curiosa. C’è un detto secondo il quale l’unica cura per la noia è la curiosità, ma non esiste una cura alla curiosità, perché la curiosità è una infinita ricerca, un continuo porsi domande, un continuo cercare. La mia infezione quindi, quella che mi porto dentro, non è la rabbia ma la curiosità.

28 giorni dopo è un film sulla resistenza. Chi per lei oggi nel mondo rappresenta la resistenza?

Danny Boyle: Credo che oggigiorno manchino i leader che possano appunto essere leader della resistenza. Ovviamente posso parlare solo esclusivamente per quello che è il mio paese, ma credo che ci manchino delle figure che sono fonte di ispirazione e che quindi abbiano la capacità e l’energia per poterci condurre, per poterci portare avanti. Ad un certo punto si è detto, si è pensato che la tecnologia potesse essere questa figura di riferimento, potesse guidarci, ma al momento la prospettiva mi sembra molto distante, anche perché è molto complicato. L’intelligenza artificiale offra tante opportunità di business, ma questo va contro quelle che sono le libertà personali o l’idea anche di poter avere delle informazioni di cui ci si possa fidare. Questa secondo me è una grandissima sfida. Credo che quello che ci manchi siano appunto una figura o un luogo di cui fidarsi che possa essere guida e fonte di ispirazione. Io credo molto nella BBC perché è un emittente che fornisce informazioni, ma che non è di proprietà di nessuno. Non si sa chi sia il proprietario della BBC, ma in realtà sono le persone anche se non si può azionisti della BBC perché non ci sono azioni, credo che nel nostro Paese sia l’unico luogo dove ancora oggi le informazioni, le immagini vengono controllate, vengono sottoposte al vaglio per controllarne la veridicità. Per esempio, la BBC è disprezzata da quelli che sono a destra perché la considerano troppo liberale. Sicuramente fornisce informazioni che non sono di parte, che non sono affette da pregiudizio. Secondo me questo è il luogo migliore che può offrire la resistenza, un tipo di resistenza che non è un tipo di resistenza ribelle, ma è comunque un luogo dove c’è il controllo sull’autenticità, la verità delle informazioni, delle immagini, delle notizie, siano esse provenienti da, per esempio, il Presidente Trump o siano diffuse magari da qualche nefanda organizzazione russa. Controllano tutto e io quindi mi fido.

Negli horror generalmente si alternano scene spaventose e scene commoventi. In questo film ci sono scene che sono contemporaneamente terrorizzanti e tenere.

Danny Boyle: Volevamo realizzare un sequel a quello che era il film originale e volevamo comunque che questo film fosse basato sui personaggi e sulla famiglia. In 28 giorni dopo Cillian Murphy crea una famiglia con gli altri sopravvissuti che incontra. Volevamo quindi riportare qui questa esperienza e volevamo realizzare un film che fosse sì entusiasmante, avvincente, che attirasse i fan dell’horror, ma al contempo volevamo che fosse un film che parlava della famiglia, di che cosa significa e di cosa succede all’interno di una famiglia, di come le famiglie si frantumano, di come il trauma ha un impatto sulla famiglia, e di come alla fine, grazie all’amore, il protagonista si allontana, prende una strada diversa e segue quindi la propria. Volevamo che fosse un qualche cosa che rappresentasse una sorpresa. Volevamo che fosse sorprendente ed anche questo è il motivo per cui, per esempio, la Sony tende a mostrare soltanto i primi 28 minuti del film. Ora voi avete avuto l’opportunità di vederlo tutto per intero, ma generalmente vengono proiettati soltanto i primi 28 minuti perché la parte emotiva è trattenuta, è rimandata a dopo. Volevamo quindi che il film fosse ambizioso, che non seguisse semplicemente una serie di regole che lo rendono un buon sequel, ma volevamo veramente che avesse un respiro più ampio.

Danny Boyle ha presentato alla stampa italiana 28 anni dopo, suo nuovo film horror e terzo capitolo del franchise iniziato nel 2002.

Quando hai girato 28 giorni dopo era l’inizio dell’era digitale al cinema. Adesso, dopo 23 anni il digitale è completamente sdoganato. Si ha spesso la sensazione che il digitale di oggi cerchi di copiare un po’ la pellicola. Questo film non lo fa, anzi è proprio fieramente, dichiaratamente digitale. Quindi volevo sapere com’è nata questa scelta e com’è stato in generale il workflow lavorativo.

Danny Boyle: Abbiamo utilizzato tantissimi iPhone, ovviamente abbiamo utilizzato anche molte macchine da presa. Abbiamo utilizzato tante diverse tecnologie proprio perché non volevamo lasciare un’impronta troppo pesante, considerato il fatto che ci muovevamo in questa natura così bella. Abbiamo, per esempio, utilizzato tantissimi droni e molte delle scene sono state girate completamente dai droni, quindi non è stata necessaria la presenza, per esempio della troupe, abbiamo mandato gli attori e poi con i droni abbiamo filmato e girato tutto. Anche perché volevamo realizzare qualcosa di di nuovo, di diverso. Il il primo film era stato realizzato in digitale ed era il primo film realizzato in digitale con una distribuzione molto ampia, ma nel frattempo la tecnologia si è evoluta e ha fatto passi da gigante. Ormai praticamente qualsiasi telefonino è in grado di girare in 4K, che è tutto quello poi che ti serve in termini di risoluzione per il cinema. Volevamo quindi ricorrere a a nuovi strumenti, a nuove tecnologie. Abbiamo incontrato molti problemi, ma ne è valsa veramente la pena perché questo ha rappresentato per la troupe una sfida importante e rilevante che poi ha portato i suoi risultati.  Generalmente i reagisti realizzano un film magari ogni 2 anni, mentre le truppe girano film in continuazione, quindi tendono un pochino ad adagiarsi, a fare sempre le cose nella stessa maniera, quindi è come se facessero in un certo senso lo stesso film. Invece con queste tecnologie, con questo metodo diverso di riprese li abbiamo destabilizzati. Loro hanno detto, “Ma come, che cosa? Perché?”. Perché ovviamente la tendenza è quella di resistere al cambiamento, non è che ne fossero particolarmente felici. Però questa cosa è stata molto utile, anche perché noi non miravamo alla perfezione. Certo, la perfezione ti interessa, ma quello che ci interessava sono le fessure che in un certo senso rappresentano le crepe della perfezione. La perfezione è interessante, ma ancor più interessante sono le crepe all’interno di essa. Per esempio Aaron Taylor-Johnson a un certo punto lo vediamo correre fortissimo. Gli abbiamo dato uno di questi dispositivi con cui lui corre tantissimo e quindi praticamente ha filmato lui stesso. Gran parte del girato era praticamente inutilizzabile, ne abbiamo potuti utilizzare solo alcuni pezzetti, ma sono stati utilissimi perché col metodo tradizionale non saremo mai riusciti ad ottenere lo stesso risultato, avremmo dovuto farlo rallentare, farlo andare più piano e non sarebbe stata la stessa cosa, così come anche la sequenza sul treno con l’uomo alfa e con le donne. Anche lì abbiamo dato a lui lo strumento ed è stato lui stesso ad averlo filmato. Non è stato ottimale in quanto a perfezione, ma ci sono delle dei pezzetti delle parti che diversamente non sarebbero stati ottenibili e sono quelle che ti danno poi quella sensazione insostituibile.

Chi sono per lei i veri mostri, i sopravvissuti o gli infetti dal virus?

Danny Boyle: Lo scoprirai con il prossimo film del franchise. Ci sono personaggi che mostreranno la loro vera natura. All’inzio di questo film scherziamo con i Teletubbies, beh, loro sono la cosa più lontana che si possa avere e vedere rispetto ai Teletabis e appartengono completamente ad un altro mondo.

Perché hai scelto di inserire la litania militare di Boots, il poema di Kipling?

Danny Boyle: In realtà avevamo avevamo tutto questo materiale di archivio e l’idea era quella appunto di riguardare indietro, di guardare un po’ tipo all’Enrico V di Laurence Olivier dove c’è questo discorso di San Crispino, dove si racconta della vittoria degli inglesi sui francesi, dove i gloriosi e i nobili inglesi battono questi orrendi, orribili francesi. Eravamo alla ricerca di un qualche cosa che fosse una vecchia canzone, un vecchio brano musicale e avevamo appunto pensato di prendere qualcosa che avesse a che fare con questo discorso. Poi invece la Sony quando ha realizzato il trailer ha aggiunto questa poesia di Rudyard Kepling. È una poesia di cui era stata fatta una registrazione, non ricordo in che anno,ed ha un tono ripetitivo, come in loop. Generalmente si fa il contrario, si prende una cosa del film e la si mette nel trailer. In questo caso abbiamo fatto l’opposto, una cosa dal trailer che abbiamo poi inserito nel film. E abbiamo deciso di inserire la poesia perché trasmette proprio l’idea di qualcosa di compulsivo che ti spinge, che ti che ti attira, che ti martella. La ragione per la quale la Sony la conosce  è perché i Navy Seal, che sono il corpo speciale della Marina, la utilizzavano per fare l’addestramento, per addestrarli alla tortura. Praticamente questo pezzo veniva mandato per 6 ore di fila in loop. a tutto volume, proprio per farli abituare a esercitare la tortura.

28 anni dopo al cinema dal 18 giugno distribuito da Eagle Pictures.

Il nostro voto
Il vostro voto (clicca per votare)
[Voti: 1 Media: 4]

Emanuele Bianchi

Appassionato di cinema, fotografia, teatro e musica sin da piccolo decide di farne il suo lavoro. Miyazakiano convinto, tanto da incentrare la sua tesi sul suo cinema, e divoratore di anime tanto da volere Eikichi Onizuka come professore al liceo, è uno Jedi come suo padre prima di lui e “nato pronto” e sì, anche un inguaribile nerd (pollice verso per coloro che non colgono le citazioni). Laureato in cinema presso il DAMS di Roma 3 e diplomato in fotografia presso il CST, negli anni ho collaborato con varie testate web di cinema. Giornalista pubblicista iscritto all'albo. Sempre in movimento, perennemente in ritardo. Co-Fondatore di PopCorn Society.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *